Se fossi nel team healthcare di OpenAI, io oggi farei tre mosse molto chiare.
La prima. Connettere davvero pazienti e medici dentro l’app. Non chatbot separati. Non demo. Ma condivisione strutturata di appunti, preparazione alla visita, raccomandazioni post-incontro, continuità narrativa del percorso clinico. La distribuzione è già lì. ChatGPT è di fatto lo standard de-facto per gli LLM. Se anche solo metà dei medici lo usa già, il ponte è naturale.
Manca solo il coraggio di attraversarlo.
La seconda. Aggredire il tema dei dati clinici, anche sapendo che è il più scomodo. Integrazioni con i grandi detentori di dati sanitari. EHR vendor. Assicurazioni. Sistemi legacy. È politicamente delicato e tecnicamente complesso, lo so. Ma senza quel passaggio l’uso clinico resta laterale. Con quel passaggio diventa infrastruttura. E quando diventi infrastruttura, il lock-in non lo devi nemmeno progettare. Succede.
La terza. Accettare che la sanità non è fatta di prompt lineari. Servono interfacce più complesse per workflow complessi. Peso. Obesità. Endometriosi. Aderenza terapeutica. Follow-up. Qui entra in gioco qualcosa di molto interessante. Ambienti personali costruiti dall’utente. Vibe coding applicato alla salute. Non app rigide, ma micro-ecosistemi clinici che nascono da un’intenzione ben scritta.
L’ultimo annuncio è stato interessante, ma superficiale. E in sanità la profondità è tutto. Queste estensioni creerebbero valore reale, continuità d’uso e un vantaggio competitivo enorme. Soprattutto considerando la base utenti di OpenAI, che oggi non ha paragoni. Anthropic incluso.
Io sono convinto che sotto il cofano ci sia molto di più. E che quello visto finora sia solo la parte rassicurante del messaggio.
Vedremo. Ma se guardo la traiettoria, la direzione è abbastanza evidente. E per chi lavora in sanità digitale, è impossibile non prenderla sul serio.


